Federico Gatti

Prima le formalità: 7 Ottobre 1977, vivo in provincia di Parma e a Milano (dove lavoro come manager di una multinazionale), bevo almeno 5 caffè e ascolto 6 ore di musica al giorno, ho 2 cavalle arabe, ho corso più di 10.000 Km in 4 anni, pratico taiji da 13 anni, sono stato istruttore di arrampicata sportiva e a volte prendo troppi aerei.

Non sono nato in mezzo ai cavalli ma ci sono finito presto, l’unico bambino della mia classe che faceva equitazione mentre gli altri giocavano a calcio. Monta inglese per molti anni, in un maneggio in cui però, con il senno di poi, facevo poco più che girare in carosello insieme agli altri e dove ho visto cavalli trattati in un modo per cui oggi userei il termine abuso .. ma da bambino, quando inorridisci di fronte a certe situazioni mentre gli adulti intorno non battono ciglio, passi tu per quello strano.

Il primo vero cavallo, nel senso che gli era stato permesso di rimanere cavallo senza che la sua volontà venisse spezzata, l’ho montato a 10 anni e mi sono messo a piangere. Per la prima volta da solo in campo, non riuscivo nemmeno a farlo andare dritto, farlo partire al trotto sembrava fantascienza. Alla sera il mio ego equestre custodiva la segreta speranza che la colpa fosse della sella western.

È stato in quell’ azienda agricola dove ho subito quel terribile trauma infantile che ho mosso i primi passi verso una vera relazione con il cavallo. Ci ho passato anni ed intere estati rifacendo box, spostando balle di fieno, riempiendo bidoni d’acqua per i cavalli al paddock, lavorando con i miei primi puledri e diventando il loro primo cavaliere.

Quello che però mancava completamente era la comprensione di quello che facevo, perché alcune cose funzionavano e altre no, perché a volte i cavalli si comportavano in un modo piuttosto che in un altro. Sarebbero passati ancora moltissimi anni prima di avere delle risposte.

È l’incontro con Marco Pagliai che porta quelle risposte.

Un incontro avvenuto proprio nel momento in cui sono rientrato nel mondo equestre dopo che ero finito a fare altro (tipo arrampicare, correre, viaggiare in aereo, bere caffè, praticare taiji). Il percorso intrapreso con Addestramento Etologico ha costruito quel ponte che mi mancava per collegare un po’ tutte le esperienze e gli aspetti della mia vita per farli convergere all’ interno della mia mia più profonda e vera passione: il caffè … no scherzo! Il cavallo!! 🙂

I cavalli ci chiedono di essere rilassati, animati da una forza calma e morbida, di comportarci in modo coerente, di essere empatici e continuamente presenti. In pratica ci chiedono di essere la versione migliore di noi stessi e su questo ci possiamo lavorare 7 giorni su 7, 365 giorni all’ anno anche quando di cavalli in giro non ce ne sono. Essendo così sensibili alle nostre emozioni, ai nostri dubbi e alle nostre paure, ci aiutano a guardare in noi come se fossero un nobile ed ingombrante specchio .. quindi la parte più difficile dell’equitazione non è l’addestramento del cavallo ma capire chi siamo e chi dobbiamo diventare.

Se vogliamo insegnare al cavallo ad essere calmo ma allo stesso tempo reattivo, diventando un partner di cui possiamo fidarci in ogni situazione, dobbiamo prima avergli dimostrato che abbiamo quelle stesse qualità. Non possiamo semplicemente far finta di possederle sperando che non veda le nostre incoerenze e le nostre paure.

“Non stai lavorando sul cavallo, stai lavorando su te stesso”. ~ Ray Hunt

Quello che a mio parere accomuna i grandi uomini/donne di cavalli è la sensitività, una qualità che permette di gestire la comunicazione con il cavallo facendo il meno possibile, mantenendo basso il livello iniziale delle richieste e rilasciando la pressione non appena il cavallo manifesta il comportamento richiesto .. premiare l’intenzione del cavallo, riconoscere quell’ esatto momento in cui il cavallo ha capito o deciso di fare il gesto che gli stiamo chiedendo.

E poi la capacità di non prendere mai le cose sul personale e non lasciare che sia il cavallo con cui stanno lavorando a dettare le loro emozioni e cambiare la loro attitudine. Sanno rimanere calmi, centrati e morbidi anche quando le cose non vanno per il verso giusto ma categoricamente decisi senza diventare cattivi quando serve.

Tutto si gioca sempre in un attimo e saperlo cogliere richiede una raffinata capacità che però può essere allenata e sviluppata.

Per poterlo fare è necessario coltivare la capacità di sentire e ascoltare il nostro corpo e i nostri stati emotivi prestando attenzione e riconoscendo le piccole contrazioni muscolari, l’esatta posizione delle giunture, le pressioni e la distribuzione del peso, tutte quelle piccole sensazioni che sono spesso coperte dal rumore di fondo della vita e dalla mancanza di attenzione, continuamente distratta da cose molto più grossolane. La pratica del taiji, allenando sia l’intenzione che la consapevolezza, è per me stata fondamentale per imparare ad usare il corpo come modo di essere nel mondo.

Dalla primavera del 2019 ho compiuto un passo importante verso una vita arricchita con molto più fango, polvere e peli: ho allentato la presa sulla carriera da manager in modo da avere più tempo da dedicare al percorso intrapreso ed occuparmi sia di addestramento cavalli che di formazione per il cavaliere. Fisicamente questo avviene presso il Circolo Ippico Sherwood a Noceto (Parma) mentre online il percorso prende il nome di “Equestri – Il cavallo non mente”, un progetto di cui sono co-fondatore insieme a Jessica Pambianchi e a cui sarà dato ulteriore sviluppo nei prossimi mesi.

Stay tuned.