Comprendere il comportamento del cavallo richiede uno sguardo capace di andare oltre ciò che è immediatamente visibile. Molte delle risposte che cerchiamo nel lavoro quotidiano con i cavalli affondano le loro radici in processi biologici, neurologici ed evolutivi che spesso restano fuori dal dibattito equestre.
Per questo nasce questa rubrica a cura di Debora Cinganelli, neuro-etologa e ricercatrice, che da anni studia il comportamento equino integrando osservazione etologica, biologia e neuroscienze.
In questa prima conversazione le abbiamo chiesto di raccontare il suo percorso, il modo in cui osserva il cavallo e perché ritiene fondamentale portare la ricerca scientifica dentro il mondo equestre.
1) Chi è Debora oggi, e da quale sguardo osservi il cavallo?
Rispondere a questa domanda non è semplice perché quello che sono oggi è il risultato di due percorsi che si sono sviluppati in parallelo per tutta la mia vita e che, alla fine, si sono intrecciati: la persona che ama i cavalli e la ricercatrice che li studia.

Ho iniziato ad andare a cavallo intorno ai sette anni, in una scuola di equitazione fiorentina, con un percorso abbastanza tradizionale.
Dopo alcuni anni, ho coronato il sogno di avere un cavallo mio e i cavalli sono diventati una presenza quotidiana; questo mi ha dato l’opportunità di osservarli, di stare a contatto con loro, e mi ha suscitato tante curiosità e tante domande.
Più passavo tempo tra i cavalli, più mi rendevo conto che le spiegazioni che avevo ricevuto su come pensavano, su cosa volevano esprimere, sul perché si comportavano in un certo modo, non mi bastavano o comunque non mi convincevano del tutto, spingendomi a cercare altrove e più in profondità.
Oggi mi definirei una ricercatrice nel senso più ampio del termine: qualcuno che non smette mai di farsidomande e cercare risposte radicate nelle evidenze scientifiche, cercando di unire le mie due metà: quella di chi vive e ama il cavallo e quella analitica e quella scientifica di chi vuole capire i meccanismi profondi che ne determinano il comportamento e in generale il modo di essere.
Cerco di impegnarmi affinché queste due visioni non siano in contraddizione tra di loro ma siano di supporto l’una all’altra.

2) Il tuo percorso di studi e di ricerca, e perché la neuro-etologia e l’evoluzione del comportamento sono diventate il tuo linguaggio principale?
Mi sono avvicinata allo studio del comportamento spinta da curiosità: volevo capire di più; volevo sapere perché un animale metteva in atto un determinato comportamento, soprattutto quando, ai miei occhi umani, quello stesso comportamento appariva controintuitivo o incomprensibile; volevo avere qualche prova che ciò che stavo osservando corrispondesse davvero a un determinato stato emotivo e non fosse solo una sensazione.
Volevo strumenti concreti che mi aiutassero a capire cosa stava cercando di esprimere quell’animale in quel momento.
Questa curiosità mi ha portata, nel corso degli anni, a decostruire molte cose che crescendo avevo accettatoper buone: il cavallo che “fa i capricci”, che “non vuole lavorare”, che “se non volesse fare qualcosa potrebbe semplicemente non farla”. Sono narrazioni che sembrano innocue, ma che in realtà rivelano una mancanza di comprensione di quello che il cavallo sta comunicando e questo finisce con l’avere conseguenze sul suo benessere.
È stata questa decostruzione progressiva a spingermi a studiare e imparare senza mai fermarmi: ho seguito tanti corsi e stage, letto tantissimi libri e manuali, ho cercato basi sempre più solide, finché non ho sentito il bisogno di portare la mia formazione a un livello superiore.
Quel passo si è concretizzato con la formazione universitaria e la laurea magistrale in Evoluzione del Comportamento Animale e dell’Uomo all’Università di Torino, conseguita con 110 e lode.
Il percorso universitario è stato per me una vera pietra miliare, non solo per le nozioni e le conoscenze che ho ampliato, ma soprattutto per la metodologia che ho acquisito e l’approccio all’indagine scientifica. Imparare a fare ricerca scientifica, a valutarne i limiti, a scegliere la strategia più adeguata per indagare una domanda specifica: tutto questo mi ha dato una lente attraverso cui osservare e filtrare ogni cosa che mi circonda. Può sembrare un dettaglio tecnico, ma nella pratica cambia radicalmente il modo in cui si leggono risultati, si valutano affermazioni, si distingue ciò che è fondato da ciò che non lo è o lo è solo in parte.
Il passo dall’etologia alla neuroetologia è arrivato in modo molto naturale. Due delle materie che ho apprezzato di più durante la magistrale sono state Neuroscienze Cognitive e Neuroendocrinologia Comportamentale. Mi affascinava capire le basi neurali del comportamento, come gli stimoli esterni vengono percepiti, analizzati e integrati per generare una risposta adeguata; il ruolo di ormoni e neurotrasmettitori nell’innescare, modulare o inibire certi comportamenti; la complessità straordinaria con cui tutti questi fattori interagiscono tra loro.
C’è qualcosa di molto affascinante nel realizzare che quello che vediamo all’esterno, che sia una risposta di paura, un comportamento affiliativo o una reazione allo stress, è il risultato di processi invisibili ma precisi, che possiamo cercare di capire e misurare.
Ho sempre ritenuto fondamentale che la mia formazione non si fermasse ai confini nazionali e ho sempre tenuto come punto di riferimento la comunità scientifica internazionale. Per questo mi impegno a partecipare a numerosi convegni e seminari all’estero, lavorare anche fuori dall’Italia per confrontarmi con realtà e mentalità diverse, ed essere parte di tre società scientifiche internazionali ossia ISES -International Society for Equitation Science, ISAE – International Society for Applied Ethology e ISN – International Society for Neuroethology. Il confronto con ricercatori e professionisti di altri paesi è per me una fonte continua di stimoli e di aggiornamento.

3) Cosa ti ha spinta a scegliere un approccio scientifico allo studio del comportamento animale?
Il bisogno di avere qualcosa di solido su cui appoggiarmi, su cui basare le mie decisioni, su cui costruire consapevolezza e su cui tarare un compromesso di coesistenza che tenesse in considerazione il reale benessere dei cavalli.
L’approccio scientifico consente di capire il perché di ciò che vediamo, in modo rigoroso, con strumenti che vadano oltre l’opinione personale o la tradizione.
Sinceramente non ho mai avuto l’impressione che la scienza mi allontanasse dalla pratica, direi piuttosto che me l’ha restituita con più consapevolezza e chiarezza.

4) Come e perché il cavallo è diventato il centro della tua ricerca?
Il cavallo non è diventato il centro della mia ricerca in modo programmato, per certi versi era già lì da sempre.
Durante il mio percorso universitario capitava spessissimo che utilizzassi quello che imparavo su altre specie per riflettere su somiglianze e differenze rispetto al cavallo.
Anche a livello puramente scientifico, ho sempre considerato il cavallo una specie estremamente interessante: ha una storia evolutiva lunga e fisiologicamente complessa, un sistema nervoso calibrato per valutare e rispondere finemente alla minaccia, un’anatomia evoluta per essere sempre in movimento, un apparato locomotorio che risponde alla necessità di fughe improvvise e rapidissime, una capacità percettiva molto sviluppata, una socialità molto più complessa di quanto si sia a lungo pensato possibile.
Tutto questo in un ambiente, creato dall’uomo, radicalmente diverso da quello per cui tutti questi sistemi biologici si sono evoluti.
Un ambiente in cui si è trovato ad essere una figura ambivalente e piena di contrasti: un animale da lavoro, un’arma in guerra, un animale allevato per la carne, un mezzo di trasporto, un atleta, un alleato negli interventi assistiti con gli animali, un compagno di vita.
E nonostante la lunga storia condivisa tra la specie umana e quella equina, ci sono tantissime cose che non sappiamo su di loro, tantissime questioni a cui abbiamo dato una spiegazione vaga accontentandocene senza fermarsi a riflettere oltre, tantissimi aneddoti che abbiamo accettato come assiomi.

5) Perché l’osservazione, da sola, non è sufficiente se non si comprende ciò che accade all’interno dell’organismo?
L’osservazione è il punto di partenza, fondamentale dello studio del comportamento, senza di essa non si va da nessuna parte, e l’etologia ci ha insegnato quanto sia preziosa se condotta con rigore e sistematicità. Oltretutto oggi abbiamo a disposizione anche tanti strumenti di osservazione in più grazie alla tecnologia, all’intelligenza artificiale, al machine learning, che aiutano a rendere l’osservazione sempre più solida e oggettiva.
Ma il comportamento che vediamo è sempre la superficie di qualcosa che accade dentro l’organismo e talvolta quella superficie può rischiare di ingannare.
Se non conosciamo i processi neurofisiologici che regolano i comportamenti, per esempio la risposta allo stress, il ruolo dell’amigdala, il funzionamento dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, l’influenza di cortisolo e altri ormoni sul comportamento, rischiamo di leggere quello che vediamo in modo parziale o distorto.
In generale il comportamento visibile è sempre prodotto da processi invisibili ed è importante che questi non vengano ignorati e facciano parte dell’equazione quando valutiamo un comportamento.

6) Cosa significa, per te, studiare il comportamento integrando osservazione etologica, biologia e processi neurofisiologici?
Credo sia una cosa molto importante affrontare ogni indagine da più punti di vista e valutando più parametri possibili.
Per questo, anche quando era arrivato il momento di costruire il mio progetto di tesi, non avevo dubbi: volevo che fosse un lavoro di ricerca sperimentale, incentrato sul cavallo, e volevo che fosse multidisciplinare, unendo quindi parametri comportamentali, fisiologici e ormonali in una lettura integrata.
Questa scelta riflette una convinzione che porto avanti anche oggi: un approccio che combina misure diverse produce risultati più solidi e, soprattutto, aiuta a mantenere una visione d’insieme.
È facile perdersi nella profondità di un singolo dettaglio, un comportamento isolato, un singolo parametro, un solo sintomo, ma è importante ricordare che stiamo sempre osservando un frammento di qualcosa di più grande: un individuo nella sua interezza, un sistema biologico complesso.
Significa mettere insieme la descrizione di cosa fa un animale, come e perché lo fa sia a livello prossimo che a livello evolutivo, tenere insieme il contesto ecologico in cui il comportamento si è evoluto, i meccanismi biologici che lo producono e i significati funzionale che hanno.
7) Perché senti la responsabilità di tradurre la ricerca in divulgazione nel mondo equestre?
Esiste un grosso divario tra quello che la ricerca sa e quello che arriva nelle scuderie e nei centri ippici di qualsiasi livello e quel divario ha conseguenze concrete sulla vita degli animali.
Quindi se da una parte è essenziale continuare a produrre conoscenza nuova, dall’altra credo che quei risultati debbano diventare accessibili a chi lavora e vive con i cavalli ogni giorno, come cavalieri, istruttori, gestori di centri ippici, appassionati e professionisti in generale.
Inoltre le pubblicazioni scientifiche sono scritte per essere lette da altri scienziati: spesso il linguaggio risulta poco accessibile, complesso, faticoso da leggere, ricco di dettagli di analisi e biostatistica che sono fondamentali tra scienziati ma rischiano di diventare una barriera per chi non fa parte della comunità scientifica.
Credo che la divulgazione, se fatta con serietà e onestà intellettuale, possa fare la differenza nel cercare di colmare il gap tra il mondo accademico/scientifico e il pubblico generalista, con conseguenza concrete nella qualità della vita degli altri animali.

8) Quali limiti riconosci oggi nella cultura equestre italiana rispetto alla comprensione del comportamento?
Il limite più grande, secondo me, è la difficoltà di mettere in discussione paradigmi consolidati, di accogliere informazioni nuove, soprattutto quando quelle informazioni mettono in discussione pratiche che si tramandano da generazioni. C’è ancora molta tendenza a interpretare il comportamento del cavallo attraverso categorie che appartengono più alla tradizione che alla biologia: il cavallo che “vuole” o “non vuole”, che “si impunta”, che “lo fa apposta”.
C’è, a volte, una resistenza a riconoscere la sua complessità emotiva come qualcosa di reale e misurabile, oppure all’opposto un’antropomorfizzazione magari fatta con occhio benevolo ma che non porta nessun beneficio al cavallo o alla comprensione della sua natura. Penso che entrambi questi approcci siano, in maniera diversa, controproducenti nel far progredire la conoscenza del cavallo.
Spesso manca una cultura dell’osservazione sistematica e analitica: ancora più spesso manca la familiarità con la letteratura scientifica, percepita come inaccessibile o non utile o troppo distante dalla quotidianità.
9) Perché etologia e neuroscienze non sono teoria astratta ma strumenti concreti per migliorare la vita del cavallo?
Conoscere l’etologia, le neuroscienze e l’endocrinologia comportamentale di una specie vuol dire applicare queste conoscenze nelle scelte quotidiane, usandole come strumenti che cambiano profondamente il modo in cui osserviamo, interpretiamo e agiamo.
Per esempio capire come funziona il sistema nervoso autonomo del cavallo, come vengono processate le informazioni sensoriali, come lo stress si manifesta a livello comportamentale e fisiologico prima ancora di diventare visibile in modo eclatante, ha un effetto concreto sulle decisioni che prendiamo. Cambia come gestiamo un animale in difficoltà, come strutturiamo la sua routine, come valutiamo l’ambiente in cui vive, come interpretiamo una risposta che altrimenti etichetteremmo come “capriccio” o “cattiveria”.
La neuroendocrinologia ci dice che certi comportamenti non sono scelte arbitrarie ma risposte guidate da processi ormonali e neurali precisi. L’etologia ci insegna a leggere quei comportamenti nel loro contesto, senza proiettarvi significati che non appartengono alla specie.
Unendo questi ambiti, possiamo costruire una mappa, sicuramente imperfetta e in costante aggiornamento, ma molto più affidabile dell’intuizione senza basi analitiche o della tradizione non supportata da evidenze.
10) Cosa cambia, nel nostro modo di gestire e relazionarci, quando iniziamo a vedere il cavallo come un organismo biologico complesso?
Cambia l’approccio a ogni problema e di conseguenza direi che cambia quasi tutto.
Quando smettiamo di proiettare sul cavallo quello che vorremmo che fosse e iniziamo a vederlo per quello che è, ossia una specie con una storia evolutiva precisa, motivazioni precise e bisogni etologici reali, i suoi comportamenti diventano più comprensibili, diventano evidenti le logiche biologiche che ci sono dietro ad alcune situazioni altrimenti inspiegabili.
Si iniziano a riconoscere segnali di disagio o di dolore, prima che diventino vere e proprie crisi e senza etichettarli ingenuamente come scemi, buffi o capricciosi.
Si iniziano a prendere scelte consapevoli sulla sua gestione, su quello che abbiamo la responsabilità di dargli e quello che invece non è così importante, a prescindere da quanto sia comodo, facile o utile per noi.
Si smettono di ignorare certi segnali e certe comunicazioni; ogni risposta comportamentale diventa un pezzo fondamentale di un puzzle che ad ogni tassello aggiunto diventa più chiaro nella sua interezza e più facile da portare avanti.